In "Numero 10", andato in anteprima nazionale al Teatro Palapartenope di Napoli, lo spettatore fa un vero e proprio viaggio nella Napoli degli anni '80, quella che alza la coppa, che vive il mito di Maradona. Il viaggio, che inizia dalla fine, ossia dai flash e dalla confusa folla che si accalca alla notizia della morte di "Dios", però è un vero flusso di coscienza nella vita interiore del campione. Lo vediamo bambino, che gioca in cortile con la mamma, una Lina Sastri delicata e intensa, nel legame con la famiglia, con il calcio, con la sua "terra madre" e quella che lo accoglierà come una seconda madre.
La gioia, le paure, le inquietudini, lo spettacolo non lascia posto all'interpretazione, spogliando il mito e mostrando l'uomo, nella sua integrità, nella gioia e nelle cadute. Tutte le emozioni e i pensieri più intimi sono svelati alla platea anche quando si chiederà "chi si preoccupa di Diego? Nessuno mi vede come tale" quella Napoli diventata come "una fidanzata gelosa che ti vuole rutta per sé" il paradosso di un amore che dà e poi divora. Un Erasmo Genzini centratissimo nel personaggio, che parla e si muove come Maradona, lo ricorda in ogni minima sfumatura, una smorfia del viso o dal tono di voce.
La voce di Napoli è incarnata da Ivan Granatino, che, oltre alle notorie doti vocali, mostra una grande presenza scemica e capacità di "tenere" il palco, nei pezzi più movimentati, in quelli più introspettivi grande pathos, nella parte recitata, non teme il confronto con gli attori. L'Allenatore è Maurizio Casagrande che, incarnando Ottavio Bianchi, non delude il pubblico napoletano, confermando la sua potenza attoriale, e la leggerezza in alcuni momenti divertenti. L'Allenatore guarderà Diego come calciatore, ma non mancheranno momenti di empatia.
Sopratutto quando lo aiuterà a tenere il "focus" sul calcio, e lasciare tutto il resto fuori dal cancello. Parlava al calciatore, quello che si svegliava di notte per perdezionarsi, lui già tendente alla perfezione, ma la crisi avviene quando il personaggio fagocita la persona. Il Giornalista, magistralmente interpretato da Giorgio Borghetti, si inserirà in questa lotta interna e rappresenterà il rapporto conflittuale con il mondo dell'informazione e diventndo così una sorta di antagonista del protagonista.
La scena è cupa, le luci sono basse, il tutto accompagna il racconto interiore, attraverso le quattro torri rotanti che rappresentano la vita di Maradona, Napoli, Buenos Aires, lo stadio, le ombre e le contraddizioni si miscelano al mito alla grandezza, alle vittorie, nella scenografia di Fanelli, nella costruzione musicale di Phil Mer, nel racconto della regista Carolina Fanelli. La chiosa finale è di Marino Bartoletti, giornalista che ha partecipato alla sceneggiatura, legato da un rapporto di profonda stima e affetto con Diego Maradona, che chiude con semplicità e quelle parole che solo un vero amico possono regalare.






